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la pace e' un arte che deve essere insegnata
Sviluppare le capacità dell’essere umano allo scopo della creazione
di valore per sé e per gli altri è lo scopo intrinseco
all’educazione attraverso il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
L’evoluzione di una società pacifica ~ L’acquisizione e il rispetto
dei diritti umani
E’ possibile che gli adulti di domani diventino “costruttori di
pace”?
Dal momento che la pace è l’obiettivo dichiarato di tutti i governi
ed è l’aspirazione profonda di ogni essere umano, qualsiasi sia la
sua provenienza sociale, di razza, di sesso, è possibile farne
materia di studio?
La pace è un arte si propone come progetto pilota che tenta di dare
una risposta a tali interrogativi puntando sull’approfondimento
della teoria e della prassi della non violenza. Lo scopo è quello di
sviluppare nei giovani e negli insegnanti l’attitudine mentale al
negoziato come unica risoluzione possibile di controversie.
In questa direzione si muove la Proposta di Legge di iniziativa
popolare, Atto Camera n. 4230, Introduzione dell’insegnamento della
disciplina “educazione ai diritti umani” nelle scuole secondarie di
primo e secondo grado.
Il progetto che qui viene presentato è rivolto a tutte le scuole
medie e superiori, come materia extracurriculare, sperimentale, in
previsione dell’auspicata proposta di legge.
Il progetto prevede inoltre un corso di formazione insegnanti con
aggiornamenti in materia di: diritto internazionale, economia dello
sviluppo, metodi interculturali e trasversali per un inserimento che
sia consono alle esigenze di quegli alunni, sempre più numerosi, che
provengono da altre culture.
didattica della pace e prassi della non violenza
a
cura di Teresa Campi
Premessa
Il progetto ha ottenuto il patrocinio dell’Assessorato alle
politiche della Famiglia e dell’infanzia (dott.ssa Pantano);
il finanziamento da parte dell’Assessorato alle Scuole della
Provincia di Roma (assessore Monteforte); è stato adottato
dal Master Educazione alla pace, Cooperazione
Internazionale, Diritti umani e Politiche dell’Unione
Europea presso la facoltà di Storia e Filosofia
dell’Università di Romatre.
La pace è un’arte che deve
essere insegnata
si propone come un progetto pilota in via sperimentale in
previsione dell’approvazione della Proposta di Legge di
Iniziativa Popolare contenuta nell’Atto Camera dei
Deputati n. 4230, che ha lo scopo di istituire la disciplina
“Educazione ai diritti umani” e il relativo insegnamento
nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Allo stato attuale tale proposta di Legge è assegnata alla
7° Commissione Parlamentare Cultura, Scienza e Istruzione in
sede referente dal 22/9/03. Nella relazione di
accompagnamento si legge:
“La presente proposta di legge viene presentata tenendo
conto che l’obiettivo primario della scuola italiana di
educare i cittadini al rispetto degli altri e alla
convivenza basata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri
dell’uomo, nel rispetto dell’autonomia personale di ogni
individuo, viene costantemente disatteso o relegato
all’interno di altre discipline".
Come recita l’Articolo 26 paragrafo 2 della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo, - l’istruzione deve
essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana
e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle
libertà fondamentali-.
Inoltre la
raccomandazione dell’ Unesco del 19 novembre 1974,
adottata nell’ambito della Conferenza Generale delle Nazioni
Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, riunitasi a
Parigi dal 17 ottobre al 23 novembre 1974, enuncia come
principi direttivi della politica dell’educazione:
-
Una dimensione
internazionale e una prospettiva mondiale
dell’educazione a tutti i livelli ed in ogni sua forma;
-
la comprensione e il rispetto di tutti i
popoli, delle loro civiltà, dei loro valori, e dei loro
modelli di vita, comprese le etnie nazionali e quelle
delle altre nazioni;
-
la consapevolezza della crescente
interdipendenza mondiale dei popoli e delle nazioni;
-
la capacità di comunicare con gli altri;
-
la consapevolezza non solo dei diritti,
ma anche dei doveri che gli individui hanno gli uni
verso gli altri;
-
la comprensione
della necessità e della solidarietà e della cooperazione
internazionale;la volontà degli individui di contribuire
a risolvere i problemi delle loro comunità, dei loro
Paesi e del Mondo.”
La pedagogia si è
spesso soffermata sul problema di come indirizzare la
formazione della personalità, valorizzando le istanze
dell’individuo come la sensibilità, l’intelligenza,
l’indipendenza e la spontaneità a seconda dei bisogni di una
società in evoluzione.
Lo
sviluppo di una mentalità aperta, cosmopolita, attraverso la
conoscenza della propria cultura e di quella di altri paesi,
permette gradualmente di basare i comportamenti sulla
comprensione e sul rispetto degli altri popoli. Abitua le
nuove generazioni a individuare soluzioni nell’interesse
comune, considerando i problemi in una dimensione
planetaria, l’unica riconosciuta efficace per fronteggiare i
maggiori nodi e conflitti della nostra società.
Cosa può amalgamare la grande quantità di conoscenze di cui
disponiamo e la capacità di agire realmente in modo
umanistico?
Le
società e l’istruzione ci forniscono tante conoscenze ma
queste non ci assicurano la capacità di saperle usare in
modo appropriato e a vantaggio di tutti. La conoscenza,
infatti, è solo un aspetto di un elemento più grande. Se non
si è in grado di fondere le conoscenze in modo
significativo, le stesse non potranno essere di reale aiuto
per agire con buon senso o per comprendere la complessità
dei fenomeni della vita e trasmetterli.
Una
cultura, che non cerca di inserire le specifiche conoscenze
in una visione globale della realtà, inaridisce lo spirito
umano, invece di arricchirlo: questo è il rischio che sta
correndo oggi la pedagogia. La carenza della scuola
italiana e di quella europea è di essere centrica, cioè
fondata sui valori tradizionali, come il logos, la
razionalità applicata, la tecnica intesa come massi-
mizzazione dell’efficienza e della trasformazione della
natura.
Valori del tutto lodevoli ma incompatibili rispetto ad una
visione cosmopolita della cultura. L’impostazione, che
caratterizza attualmente l’insegnamento scolastico, diventa
egemonica rispetto a culture “altre”.
In
questo contesto la scuola italiana è chiamata ad aprirsi
al diverso da sé ed a riconoscere che l’identità propria
dipende dall’accoglienza dell’identità altrui. La scuola di
oggi in Europa dovrebbe partire dal presupposto che la
gerarchia fra culture non esiste e che qualsiasi gruppo
umano è in grado di produrre significati.
Tutte le culture hanno la stessa funzione.
Occorre rinunciare alla propria presunta egemonia favorendo
lo scambio culturale su un piano di fondamentale
uguaglianza. La sola etica accettabile è quella di
considerare tutti gli esseri umani non altro che esseri
umani.
In primo luogo
l’educatore dovrebbe assumersi la responsabilità di
ricercare il valore e la felicità dell’essere vivente nella
sua totalità. Ciò non vuol dire che lo scopo finale sia
quello di puntare sull’aspetto edonistico
dell’apprendimento. Al contrario occorre privilegiare le
intrinseche capacità dell’essere umano nella creazione di
valore per sé e per gli altri nella prospettiva del
raggiungimento di questi obiettivi:
-
l’evoluzione di una società pacifica
-
l’acquisizione e il rispetto dei diritti
umani
-
la sacralità della vita stessa e la
creazione di valore.
a.
l’evoluzione di una società pacifica
E’ possibile
insegnare la pace e di conseguenza imparare a costruire la
pace in modo che gli adulti di domani diventino “costruttori
di pace”?
Dal
momento che la pace è l’obiettivo dichiarato di tutti i
governi ed è l’aspirazione profonda di ogni essere umano,
qualsiasi sia la sua provenienza sociale, di razza, di
sesso, è possibile farne materia di studio?
I
territori del pacifismo sono ignoti ai più, nonostante che
la letteratura sulla prassi della non violenza e la difesa
dei diritti umani sia vasta e in costante crescita. I
giovani aspirano a trovare alternative alla risoluzione dei
conflitti che passino attraverso il dialogo. Una scuola per
la pace dovrebbe:
-
puntare sull’approfondimento della
teoria e prassi della non violenza attraverso lo studio
delle figure storiche che hanno dedicato la propria vita
alla risoluzione pacifica dei conflitti
-
sottolineare il valore morale del
condividere
-
considerare la possibilità della
resistenza organizzata sia contro che contro ogni
violazione dei diritti umani
-
sviluppare la forza del compromesso e
l’attitudine mentale al negoziato.
In
relazione a questi orientamenti, allo stato attuale, gli
insegnanti non riescono a sottrarsi ad una
contraddizione: da un lato proporre un’ educazione “laica” e
“imparziale”, dall’altra garantire un insegnamento religioso
( in genere di ispirazione cattolica). Interessante sarebbe,
al contrario, favorire la coscienza della trasversalità dei
principi che pongano l’uomo, il rispetto dei suoi diritti e
la convivenza civile al centro dell’interesse per lo
sviluppo di una società pacifica.
In
questa direzione si muove la Proposta di Legge di
iniziativa popolare, Atto Camera n. 4230, Introduzione
dell’insegnamento della disciplina “educazione ai diritti
umani” nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
L’originalità della proposta è quella di conferire a tale
materia di studio la stessa dignità delle altre e
conseguentemente di prevederne l’insegnamento all’interno
dell’orario scolastico vigente. L’idea di base del progetto,
che viene qui presentato -“La pace è un arte che deve essere
insegnata” - è quella di anticipare in via sperimentale la
Proposta di Legge attraverso corsi pomeridiani che
sollecitino l’esigenza alla pace.
“Se
vogliamo davvero –scrive Gandhi- realizzare la pace nel
mondo dobbiamo cominciare dai bambini. Se cresceranno
assecondando la loro naturale innocenza, non ci saranno
lotte, non assisteremo al fallimento delle risoluzioni,
semplicemente transiteremo dall’amore all’amore e dalla pace
alla pace”.
“Assecondare la loro naturale innocenza”, vuol dire credere
nell’uomo e nella sua originaria esigenza alla pace.
Risvegliare a tale esigenza sarà il compito dell’educatore
attraverso un insegnamento che non cali dall’alto, che non
sia direttivo e che non si cristallizzzi come pura teoria o
falsa coscienza. Anche nella ricerca di un profilo teorico
pratico occorrerà mettere fondamentalmente in discussione un
metodo di insegnamento che vede gli allievi come
contenitori e non come creatori di valori che possano
mettere in discussione le risposte.
Lo scopo
dell’insegnamento alla pace è quello di:
-
fare della riconciliazione una prassi accettando prima
di tutto le proprie mancanze, riconoscerle nell’altro e
integrarle con empatia all’interno della propria
esperienza.
-
Individuare
i punti di contatto fra esseri umani, coetanei, amici e
conoscenti invece di puntare alla formazione di un io
egotista.
Scoprire i propri
debiti di gratitudine rispetto all’habitat, al mondo
degli adulti e dei coetanei.
Educare al perdono elaborando la
collera. Insegnare ad individuarne la fonte dentro se
stessi. Coltivare inoltre l’atteggiamento del perdono
diminuisce il senso di vendetta.
Sviluppare le infinite potenzialità di
dialogo attraverso l’arte dell’oratoria per
procrastinare i conflitti all’infinito come uniche ed
efficaci armi per prevenire o combattere qualsiasi
controversia o guerra. Individuare ciò che è subito
fattibile per permettere una tregua e non lasciare che
il rancore ristagni.
Rilevare le
occasioni in cui si può dare il meglio di sé, lodare,
incoraggiare all’autostima in un clima non competitivo.
Per una didattica
della pace, essenziale diventa individuare l’escalation che
approda alla risoluzione violenta dei conflitti. La nozione
di vittoria non significa necessariamente la sconfitta, la
sopraffazione e l’annullamento dell’altro. Nell’avere a
cuore il destino degli esseri umani, l’attenzione è
rivolta più alla definizione degli obiettivi comuni e non
alle differenze che separano un individuo dall’altro.
L’attaccamento alla propria diversità non ha mai contribuito
a tali scopi. La paura dell’altro va intesa come disagio
interiore, che, proiettato all’esterno, pone le radici del
razzismo. La nozione di potere condiviso e non autoritario
può aiutare ad assaporare il gusto della solidarietà. Essere
consapevoli, ad esempio, che i rifugiati politici o di
guerra non sono persone che cercano un migliore standard di
vita, che non hanno commesso crimini, può servire a
sciogliere le ostilità nei loro confronti.
Incrementare la capacità di ascolto marca un passo in
avanti per la costruzione di una società pacifica.
Insegnare ad ascoltare significa sviluppare
l’attitudine ad andare oltre le parole per cogliere
l’essenza del pensiero e del cuore dell’altro. Ascoltare, in
questo senso, non è solo fare delle deduzioni razionali di
quanto viene detto, ma sforzarsi di vedere cosa c’è dietro
un’ affermazione o una presa di posizione, a prescindere
dall’arroganza dell’interlocutore.
Purificare in sostanza il cuore dai suoi elementi negativi è
uno sforzo costante a cui dovrebbe tendere ogni etica, ogni
didattica innovativa. Una riflessione suoi propri sentimenti
negativi aiuta e libera i giovani da un fardello che spesso
non sanno come condividere con gli altri, aumentando, per
esempio, gli episodi di bullismo o cameratismo violento.
Democrazia, non violenza e pace sono le tre parole
chiave di ogni ricerca, di ogni studio che abbia come scopo
la formazione di “costruttori di pace” già all’interno di
ogni orientamento scolastico.
I
costruttori ideali di pace sono gli insegnanti ai quali
spetta raccogliere la sfida. Promuovono azioni concrete per
scegliere la pace come unica e più efficace azione possibile
indicando, ad esempio:
-
quanti conflitti siano stati
storicamente risolti senza il necessario ricorso alle
armi.
-
un parallelismo fra la risoluzione dei
conflitti personali e quelli collettivi,
proponendo test con domande del tipo: come affronti il
fatto di essere in disaccordo con qualcuno? Puoi
indicare quante persone hai perdonato di recente? Trovi
difficile perdonare qualcuno che ti ha ferito
profondamente?
-
uno studio delle personalità storiche
che più hanno contribuito alla costruzione della pace.
la promozione di visite guidate nelle
istituzioni totali come carceri, ospedali, periferie e
zone degradate per il coinvolgimento in situazioni di
volontariato. Avere un’ esperienza diretta,
corrispondere con qualcuno che è privo della libertà,
avere un impatto emozionale con qualcuno che abbia
subito abusi può essere traumatico se, al contempo, non
si forniscono chiavi di lettura e soluzioni.
Formati alla scuola
del dialogo già dai primi anni di liceo, gli studenti
potrebbero intraprendere un serio cammino lungo la strada
della non violenza, che potrebbe portare alcuni di loro a
diventare esperti operatori del sociale e del mondo politico
economico nei settori del no profit e della finanza etica.
b.
acquisizione e rispetto dei
diritti umani
In una nuova sfida
pedagogica un’attenzione particolare meritano la conoscenza
e il rispetto dei diritti umani.
L’acquisizione e il rispetto dei diritti umani andrebbero
intrapresi come un viaggio educativo che approdi alla
coscienza degli abusi e delle realizzazioni nel campo dei
diritti, quindi la finalità principale dovrebbe essere
quella di un coinvolgimento personale nell’individuazione e
nella difesa di un diritto.
In
questo contesto le aree tematiche ovviamente spaziano dalla
sfera dei diritti individuali a quella dei diritti
collettivi, fino ad arrivare alla negazione totale operata
dalle nazioni coinvolte in operazioni di guerra, violando
palesemente ogni volta i principi sanciti
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che nel 1948
approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani nelle sue 5 lingue ufficiali.
Le ambiguità di comportamento degli Stati, che pure
sottoscrissero la Dichiarazione, le contraddizioni nella
politica estera ed interna non emergono in alcun testo
scolastico, né hanno meritato finora un approfondimento tale
da diventare una materia di studio a sé stante.
Il
caso più eclatante di negazione dei diritti umani è
sicuramente la pena di morte, che rappresenta la violazione
massima del diritto alla vita. Le altre violazioni rientrano
in un elenco purtroppo interminabile.
Alla luce dei dati resi pubblici durante la mostra
itinerante La Città dei Diritti Umani. Verso un secolo di
Umanità, allestita, a Roma, nei Mercati Traianei lo
scorso inverno, patrocinata del Comune di Roma:
-
3 miliardi di esseri umani vivono con
meno due dollari al giorno
-
2 miliardi di donne soffrono di anemia
-
1 miliardo e 350 milioni di persone non
hanno accesso all’acqua potabile
-
20% dei bambini nel mondo non
frequenterà mai la prima elementare.
-
34 milioni sono i disoccupati nei paesi
industrializzati
-
46% della popolazione africana
sub-sahariana vive senza alcun reddito
-
72% degli abitanti del Mali vive sotto
la soglia della povertà assoluta.
-
50 milioni di rifugiati nel mondo,
esseri umani senza tetto e senza cibo.
Oltre ad insegnare a non dare mai per scontata la fortuna di
cui si gode in termini di salute, talento, e benessere
economico, inclusa la possibilità di avere una infanzia e
una famiglia felici, una nuova pedagogia punterebbe a
pensare globalmente e ad agire localmente, scoprendo
l’interdipendenza fra le nazioni per seminare i germi della
pace. Se impariamo da giovani a dare qualcosa che ci è
stato fornito in abbondanza (affinché un bene venga
equamente condiviso) è probabile che continueremo a farlo
nel corso della nostra vita.
Ogni percorso di studi dovrebbe includere attività
socialmente utili allo scopo di offrire aiuti concreti al
sud del mondo e offrire maggiori conoscenze sulle strutture
che attualmente operano in tale senso, l’Onu, la Fao,
l’Unesco, L’Oms, l’Acnur, le Ong e la Wfuna (Federazione
Mondiale delle Associazioni delle Nazioni Unite).
Individuare temi come: il mancato utilizzo di tutte le
risorse produttive, umane ed economiche come causa di una
minore produzione di beni e servivi, con una conseguente
riduzione del prodotto complessivo, significa cominciare a
destreggiarsi con gli strumenti di una nuova economia,
finalizzata al bene globale.
A
tal fine potrebbe essere di grande aiuto sottoporre agli
studenti le esperienze della Banca Etica o di banche come la
Grameen, fondata da Muhammad Yunus in Bangladesh, che
concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri,
altrimenti esclusi dal sistema di credito ordinario.
Un’educazione al consumo risulta fondamentale e
consequenziale ad una scelta etica. Il consumo critico
dovrebbe essere un atteggiamento su cui far riflettere gli
allievi giornalmente e che consiste in una scelta meticolosa
e non dettata dalla seduzione di una pubblicità illusoria.
Dovrebbero essere incentivate domande sulla storia del
prodotto e la condotta della casa produttrice.
Scegliendo cosa comprare e cosa no non solo segnaliamo i
metodi produttivi che approviamo o e quelli che condanniamo,
ma sosteniamo le forme produttive corrette mentre
disincentiviamo le altre.
Il libero mercato in sé è
diventato l’elemento di maggiore rilievo non solo nella
sfera dei diritti umani ma anche nella gerarchia di
tutti gli altri valori al punto tale che il rispetto delle
norme dei diritti umani è sempre più sottoposto ad una
valutazione di compatibilità con le esigenze produttive e di
mercato. Spiegare, suscitare domande rispetto alle
conseguenze della globalizzazione selvaggia, che negli
ultimi venti anni ha portato ad una forte crescita delle
disuguaglianze sociali e dei differenziali di reddito, può
portare ad una comprensione e ad una valutazione di scelte
personali a riguardo.
A questa globalizzazione del
mercato va opposta una globalizzazione dei diritti e delle
responsabilità del futuro cittadino.
c.
la sacralità della vita
umana e la creazione di valore
Gli esseri umani sono fra loro tutti uguali o tutti
diversi? Occorrono diritti per tutti senza
discriminazione? Cosa sottintende la nozione di razza? La
diversità arricchisce o penalizza il mondo? Queste le
domande che andrebbero inizialmente poste per un semplice
scambio di idee. Il ragionamento e la messa in evidenza di
ciò che pensano gli allievi può dare una panoramica di
quanto abbiano assorbito dalla realtà circostante e il loro
livello di critica.
L’educazione alla
condivisione porta anche alla presa di coscienza che la via
migliore per la felicità risiede nella produttiva
partecipazione alla vita di tutti. Solo quando le persone si
renderanno conto che la loro vita contribuisce al
miglioramento della collettività, decideranno di lavorare
per il bene di tutti e per una società che si avvicini di
più a quella ideale.
Nella fase imitativa, quella in cui si
stabilisce la fiducia in un determinato modello(come nelle
scuole primarie, ad esempio) si corre il rischio che i
bambini, spinti da una fede cieca, vivano seguendo per lo
più alla lettera qualsiasi cosa che venga detta loro,
conformandosi del tutto alle norme e ai modelli già
esistenti.
Spesso l’adulto si ostina su un argomento costringendo il
bambino ad accettare il ragionamento senza che questi ne
abbia compreso il significato. Piuttosto che l’idea si
privilegia l’autorità della persona. Unico modo per arginare
tale deviazione è quella di lasciare la parola all’
esperienza diretta che rende consapevoli della
contraddizione. Le esperienze fra coetanei e fra
l’insegnante e il bambino hanno un’ importanza in sé e non
hanno bisogno di etichette. Prima che il carattere sia
pienamente formato i bambini possono impulsivamente
calpestare i diritti degli altri ma ne ricaveranno una
situazione di disequilibrio palese a prescindere dalla
nozione etica che viene loro fornita dall’alto.
Sottolinearla per allusione o per metafora è un buon metodo
per far sì che il bambino intuisca da solo ciò che conviene
alla sua tranquillità.
Nella fase di maggiore autoconsapevolezza (medie e
superiori) si accettano i dogmi, ma si pongono molti
interrogativi. Dubbio e scetticismo rappresentano quindi uno
stato intermedio verso un atteggiamento scientifico e
razionale. Da qui nasce l’esigenza alla promozione di una
motivazione tendente al benessere di tutti che sia un
autentico frutto della propria interiorità. Un discorso su
quanto sia possibile decifrare impulsi e desideri, a livello
collettivo in cui tutti si espongono può servire a placare
l’ansia e a condividere e ad individuare progetti. Imparare
a capirsi e a “guardarsi dentro” senza paura di essere
giudicati può essere un forte stimolo a far emergere
infinite potenzialità che non seguono una direttiva
“dall’alto”.
Un
buon insegnante è colui il quale mette i suoi studenti nella
condizione di scoprire qualche verità non trasferendo solo
nozioni con il classico procedimento meccanico di
memorizzazione ed esposizione. Cogliere, valutare e
trasformare dovrebbero essere i punti da affrontare in una
classe consapevole.
Una
didattica, che abbia come finalità la creazione di valore,
deve essere sopratutto rivolta alla percezione della propria
umanità e condurre all’accettazione di una dignità comune.
Far maturare, promuovere un pensiero positivo, rivolto
all’azione e non alla lamentela e alla critica, può
risvegliare risorse inaspettate. Un metodo efficace può
essere quello di studiare le esistenze di coloro che
incarnano uno stile di vita basandosi sulla creazione di
valore, riesaminando i successi da loro faticosamente
raggiunti grazie a capacità particolari, che, comunque,
risiedono in ciascun essere umano e possono essere
risvegliate e, quindi, rese raggiungibili e concretamente
utilizzabili.
Grazie alle rivelazione delle potenzialità di tutti,
ognuno, nel suo specifico, ha la capacità di
produrre valore. Per fare ciò occorre partire dalla
esperienza del singolo individuo.
La
narrazione di esperienze vissute, l’elaborazione
dell’accaduto, la condivisione del fatto producono
solitamente grandi spostamenti di prospettiva personale e
collettiva. Puntare sull’autenticità del vissuto personale
porta automaticamente alla valutazione del “fare”, dunque
allo studio della migliore azione da intraprendere.
Un
processo educativo formativo tende alla creazione di nuovi
cittadini, persone ragionevoli che capiscano il mondo in cui
vivono, che capiscano le loro stesse pulsioni. Interpretare
e comprendere sono solo i primi passi per sviluppare la
domanda sul come intervenire. La vera conoscenza è quella
che si acquisisce smontando un oggetto, piantando un albero,
lavorando un terreno e non assorbendo migliaia di stimoli
difficilmente controllabili.
Una nuova
pedagogia dovrebbe tendere alla trasformazione del
mondo: da un insieme di isole separate o in conflitto ad una
civiltà globale di singoli gruppi che accettino, prima di
tutto, la sfida della reciprocità e della comunicazione
aperta e continua al fine di una decisione comune, plurale e
multicolore. |